Resilienza psicologica: come allenarla per affrontare al meglio le difficoltà impreviste

Ho incontrato Marco un martedì mattina durante una delle nostre camminate in collina. Aveva sessantadue anni, una leggera zoppia dal lato sinistro e una storia che mi ha colpito. Tre mesi prima, un incidente stradale gli aveva tolto il lavoro, la mobilità e soprattutto la serenità. Mentre raccontava di quelle settimane buie, mi ha detto una cosa che mi è rimasta dentro: “Non sapevo più come rialzarmi, non solo fisicamente”. Oggi Marco cammina con noi ogni mercoledì e venerdì, e quella sua frase mi ha spinto a riflettere profondamente sulla resilienza psicologica, su quanto sia essenziale allenarla come si allena un muscolo.
La resilienza non è un dono innato che alcuni hanno e altri no. È una capacità che si costruisce, giorno dopo giorno, attraverso scelte consapevoli e piccoli gesti quotidiani. Negli ultimi anni, dopo aver lasciato il mio lavoro in azienda per dedicarmi alla promozione dell’attività fisica negli over 50, ho notato come le persone che affrontano meglio le difficoltà non siano necessariamente quelle più forti fisicamente, ma quelle che hanno imparato a conoscere se stesse e a sviluppare una sorta di flessibilità mentale. È proprio quello che cerchiamo di fare nei nostri gruppi: non solo camminiamo, ma impariamo a camminare anche attraverso le tempeste della vita.
La fondamenta: riconoscere e accettare
Il primo passo per costruire resilienza è smettere di negare i problemi. Durante una passeggiata, Luisa mi ha confessato di aver passato mesi a fingere che la sua artrosi non peggiorasse, finché il dolore non l’ha costretta a fermarsi completamente. È stato solo quando ha accettato la situazione, quando ha detto ad alta voce “sì, questo mi fa male e non posso ignorarlo”, che ha iniziato a cercare soluzioni reali.
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Frutta secca durante la dieta: l’errore comune che ostacola la perdita di pesoQuesto rispecchia quello che gli psicologi chiamano Accettazione e impegno|acceptance and commitment, quel processo per cui non combattiamo contro la realtà ma la riconosciamo per quello che è. Accettare non significa arrendersi; significa piuttosto posare le armi della negazione e guardare dritto in faccia quello che sta accadendo. Solo da lì, da quella posizione di onestà, possiamo iniziare a costruire una strategia consapevole.
Nel nostro piccolo gruppo di Verona, abbiamo creato uno spazio dove ognuno si sente libero di raccontare i propri ostacoli senza giudizio. Maria ha parlato della perdita di suo marito, Giuseppe della paura di perdere l’indipendenza, Antonio della solitudine che lo aveva paralizzato. In quel condividere vulnerabile, stranamente, nascono le risorse più forti.
L’allenamento quotidiano della mente
Se volessimo sviluppare forza muscolare, non basterebbe un’ora in palestra una volta al mese. La stessa logica vale per la resilienza psicologica. Serve una pratica costante, piccoli esercizi mentali che integriamo nella routina quotidiana. Una delle tecniche più semplice che ho imparato a condividere durante le nostre camminate è la consapevolezza del presente: mentre camminiamo, focalizziamo l’attenzione su quello che percepiamo proprio adesso, il respiro, il terreno sotto i piedi, il suono degli uccelli.
Questa pratica, apparentemente innocua, ha effetti profondi. Quando la mente è ancorata al presente, non ha lo spazio mentale per rivivere i traumi passati o per anticipare catastrofi future. Rita, una signora di sessantotto anni che camminava con noi solo da poche settimane, ha confidato di aver ridotto significativamente l’ansia notturna solo praticando questa semplice consapevolezza prima di addormentarsi.
Un altro esercizio che funziona particolarmente bene con gli over 50 è quello che chiamo “il riconoscimento delle risorse”. Quando ci troviamo di fronte a un ostacolo, la nostra mente tende a focalizzarsi su quello che non possiamo fare. Invece, chiedo a chi cammina con me di elencare almeno tre cose che ha fatto bene nella giornata, tre risorse che possiede, tre persone su cui può contare. È uno shift sottile ma potentissimo: non ignoriamo il problema, ma lo bilanciamo con la consapevolezza delle nostre forze.
La comunità come catalizzatore di forza
Se c’è una cosa che ho imparato veramente in questi anni è che la resilienza individuale si amplifica enormemente quando è supportata da una comunità. Nessuno costruisce resilienza da solo, almeno non in modo duraturo. Quando Marco ha iniziato a camminare con noi, non era solo una questione di movimento fisico. Era il fatto che ogni mercoledì sapeva che qualcuno l’aspettava, che avrebbe trovato persone che capivano cosa significa ricominciare, che non lo avrebbero giudicato per i giorni in cui il dolore era troppo forte.
La ricerca sul Capitale sociale ha dimostrato ampiamente come le persone inserite in reti relazionali solide recuperano più velocemente da traumi e difficoltà. Non è magia: è neurobiologia. Quando siamo circondati da persone che ci credono, il nostro cervello letteralmente produce più cortisolo (l’ormone dello stress) e più ossitocina (l’ormone della fiducia e della connessione).
Nel nostro gruppo di Treviso, una donna di settantaquattro anni ha superato la depressione post-operatoria non attraverso farmaci aggiuntivi, ma attraverso l’accountability gentile del gruppo. Sapendo che avremmo notato la sua assenza, ha trovato la motivazione per presentarsi. E ogni volta che veniva, un po’ di quel buio si diradava.
La pratica della revisione e dell’apprendimento
La resilienza non è uno stato che raggiungiamo e manteniamo passivamente. È una pratica continua di riflessione e aggiustamento. Dopo ogni difficoltà significativa, le persone resilienti si fermano e si chiedono: cosa ho imparato? Come posso applicare questa lezione alla prossima sfida? Non per attribuirsi colpe, ma per crescere.
Durante le nostre passeggiate, spesso emergiamo senza programmi rigidi. Quando scopriamo un sentiero chiuso o il tempo cambia improvvisamente, anziché frustarci, ci fermiamo e decidiamo insieme. Questa flessibilità non è casualità: è resilienza in azione. È il riconoscimento che i piani cambiano, che gli ostacoli sono inevitabili, ma che la nostra capacità di adattarci è infinita.
Nei cinque anni che ho dedicato a questo lavoro, ho visto persone trasformarsi. Non magicamente, non dall’oggi al domani. Ma costantemente, con piccoli passi, con l’appoggio di chi cammina accanto. La resilienza non è una destinazione: è il sentiero stesso, ogni mattina che scegliamo di ricominciare.

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